ScopriAMO il KenyaStoria, Lingua e Cultura

Contesto storico

Le prime tracce sul suolo del Kenya di società umana, in possesso di una relativa omogeneità culturale e linguistica, appartengono a tribù nomadi provenienti dall’Etiopia all’incirca duemila anni prima di Cristo. Antenati d’altre tribù arrivarono da ogni parte dell’Africa tra il 500 a.C. e il 500 d.C.. In seguito il Kenya fu popolato da un certo numero di gruppi tribali che, pur avendo origini diverse, condividevano la stessa area. Anche in questo caso si riscontra l’espansione delle popolazioni di lingua Bantu. Le terre del Kenya sono tra i più importanti territori di nascita e sviluppo della lingua e della cultura swahili, nata per ragioni commerciali nell’incontro tra i viaggiatori arabi e le popolazioni locali. Nell’XI secolo vennero fondate numerose Città-Stato lungo la costa chiamata “Costa degli Zenj” (Costa dei neri), dalla Somalia al Mozambico, di religione musulmana con ibridazioni di religioni locali. Malindi e Mombasa sono due esempi di Città-stato kenyote, costruite ed improntate sul commercio. Col tempo si sviluppò una cultura mista arabo-bantu esemplificata dal linguaggio ibrido dello swahili, ancora a tutt’oggi la lingua ufficiale del Paese. Indipendenti l’una dall’altra, le Città-stato caddero ben presto sotto il dominio di imperi non africani. Uno di questi fu il sultanato dell’Oman, per secoli in competizione con gli europei per ottenere la supremazia sulle coste. Nonostante fosse un territorio molto ambito, nessun popolo straniero riuscì a impossessarsi dell’entroterra del Kenya fino al XIX secolo.

Lingua

Il Kenya è un paese etnicamente diversificato, le cui principali etnie sono 40. Questo aspetto non fa altro che rendere il Kenya un paese multilingue divise nei quattro gruppi linguistici: bantu, nilotici, paranilotici e cushitici. Tra queste, quelle che hanno ottenuto lo status di lingue ufficiali dello Stato sono lo swahili e l’inglese. Tra le altre lingue regionali più parlate troviamo Kikuyu e Luhya.

Lo swahili, oltre che lingua ufficiale del Paese, è usata come lingua franca dalla maggior parte della popolazione kenyota. E’ riconosciuta come lingua ufficiale dell’Unione Africana e della Comunità dell’Africa orientale; enti regionali di cui il Kenya è membro. 

Lingua di origine bantu, i primi documenti scritti in swahili risalgono al 1711 e si tratta di alcune lettere in scrittura araba. Esistono numerosi dialetti di lingua swahili, diffusi lungo la costa del Kenya: questi sono Kivumba (originaria della costa meridionale), Mambrui (originaria di Malindi) e Kimvita (originaria di Mombasa). Lo swahili è la lingua del sistema educativo del Kenya ed è una materia obbligatoria insegnata fino al livello di istruzione superiore.

L’uso dello swahili in Kenya è regolato dal “Chama cha Kiswahili cha Taifa,” un organismo governativo con sede a Nairobi.

L’inglese venne introdotto nel Paese dopo che il Kenya divenne una colonia britannica, nel XIX secolo. Viene principalmente utilizzato nelle interazioni formali, nella stesura di documenti legali e durante i procedimenti giudiziari. Nel Paese vivono pochissimi madrelingua inglese, per lo più si tratta di persone di origine inglese o statunitense. L’inglese è parlato soprattutto nelle regioni urbane e impiegato dai principali media, sia stampati che elettronici. Infine, è la lingua di insegnamento di tutte le principali materie, a esclusione dello swahili.

Il Kikuyu è la lingua madre del gruppo etnico Agikuyu, risiedente nella regione centrale del Kenya. Viene parlato da ca. 7 milioni di kenyota, corrispondente al 22% della popolazione totale del Paese. Come lo swahili, il kikuyu appartiene alle lingue bantu sotto il gruppo linguistico Niger-Congo e si compone di quattro dialetti geograficamente definiti: Kirinyaga, Kiambu, Murang’a e Nyeri

Il Luhya è una lingua regionale originaria del gruppo etnico che porta lo stesso nome e che proviene dalle regioni occidentali del Kenya. Si stima che il totale dei kenyota che parlano luhya sia di ca. 1,2 milioni. Anche questa lingua, come il kikuyu, si compone di sei dialetti principali: Hanga, East Nyala, Marama, Kabras, Tsotso e Kisa.

Cucina

La cucina del Kenya non è molto elaborata e, come le cucine dei paesi limitrofi, si caratterizza per essere fatta di pietanze semplici ma allo stesso tempo nutrienti, in grado di donare senso di sazietà agli abitanti. Nei piatti tipici kenioti non possono mancare le spezie di influenza orientale e in grado di regalare ai cibi un sapore vivace. Tra gli ingredienti principali troviamo riso, patate e stufati di carne speziata. Il piatto tradizionale per eccellenza è il nyama choma, ovvero la carne di capra grigliata che non può mancare sulla tavola nelle grandi occasioni. La carne viene tagliata a tocchetti e servita con purè e verdure. 

Un altro ingrediente molto utilizzato per la preparazione di numerosissimi piatti è il latte di cocco (madafu). Questo si ottiene grattando l’interno del guscio delle noci di cocco con uno speciale arnese, il mbuzi, un coltello dentellato inserito in una struttura di legno dove, chi lo adopera, può comodamente sedersi. La polpa così ottenuta viene posta in uno speciale contenitore realizzato con foglie di palma e chiamato kifumbu, all’interno del quale vengono poi inseriti un paio di mestoli d’acqua. Infine, il tutto viene pressato in modo da far fuoriuscire quello che è noto essere il latte di cocco, con il quale vengono conditi il kuku masala, pollo alla griglia, e il samaki wa kupaka, pesce alla griglia. Come contorno ai piatti a base di carne e pesce, si affiancano le patate dolci (viasi tamu) e/o il riso speziato (pilau). Le patate vengono anche servite fritte, prendendo il nome viasi karai.

Altri ingredienti molto utilizzati sono fagioli (chiamati maharage o maharagwe; quelli neri si chiamano njahi)  e mais (spesso insieme per accompagnare uno spezzatino di carne e verdure, chiamato githeri), zucche (malenge), lenticchie (famosa è la zuppa di queste e fagioli, chiamata supuja pojo au maharagwe), spinaci (mchicha) e sukuma wiki (una varietà di cavolo a foglia, che letteralmente significa “arrivare a fine settimana” perchè si trova molto facilmente e permetteva di cibarsi anche nei periodi più difficili per il raccolto).

La frutta in Kenya è buonissima e si trova di tutto: banane, mango, papaya, passion fruit, ananas, cocco e il tipico matomoko (chiamato anche custard apple), il cui sapore ricorda molto quello delle nostre pere.

Tra i piatti tipici troviamo i samosa (o sambusa), gli involtini di pasta di pane, farciti in vari modi (carne, verdura, pesce, spezie, …) e fritti; marhagwe ya nazi, fagioli al cocco; chapati (quello kenyota viene fritto in modo da rendere i bordi più croccanti, mentre il centro resta morbido) da mangiare con zuppe, fagioli e verdure; biriyani (bianco, giallo o arancione), altra forma di riso speziato accompagnato da carne o pesce al sugo; matoke, piatto tipico ugandese; samaki wa kukaanga, pesce fritto accompagnato da polenta e verdure; waliwa-nazi, riso cotto con la polpa di cocco e accompagnato da verdure, pesce o pollo;  irio, zuppa a base di fagioli cui si aggiungono patate, spinaci e mais (la versione con mais, patate dolci e banane prende il nome di mukino); ugali, sorta di polenta fatta con la farina di mais; e mkate mayai, frittella con uova e carne.

Non mancano poi i dolci: in Kenya si consumano mandazi, ciambelline dolci e sottili da gustare calde; i kaimati, polpette fatte con farina e yogurt naturale ricoperte di zucchero a velo o da un leggero strato di sciroppo di zucchero; halwa, un dolce di non facile preparazione che richiede per la sua preparazione l’impiego della farina di tapioca. Per colazione poi si mangia abitualmente l’uji, un porridge di miglio con molto latte e zucchero di canna, accompagnato da un té speziato (chai).

Tra le bevande più diffuse troviamo la birra, di cui il Kenya produce una vasta e diversificata gamma; drink a base di frutta; il cane locale, una sorta di rum; e liquori aromatizzati al caffè.

Ricetta dei Kaimati

Ingredienti per la massa:

  • 2 tazze farina
  • 1 tazza e ¼  d’acqua
  • 1 cucchiaino yogurt (o crema di cocco, a seconda del gusto)
  • 1 cucchiaino di lievito
  • 1 cucchiaino di olio

Ingredienti per la glassa:

  • 1 bicchiere e mezzo di zucchero
  • Mezza tazza d’acqua
  • Un pizzico di zucchero vanigliato

Procedimento per la massa: 

  1. Mescolare tutti gli ingredienti tranne l’acqua.
  2. Aggiungere quindi l’acqua, poco per volta (una sola tazza potrebbe essere sufficiente). L’ impasto per i kaimati deve essere piuttosto solido.
  3. Lavorare la pasta con il palmo della mano.
  4. Lasciarla lievitare mentre si prepara lo sciroppo: mescolare gli ingredienti in un pentolino e cuocere fino a quando diventa denso e colloso. A questo punto rimuoverlo dal pentolino.
  5. Friggere i kaimati in olio di semi bollente e lasciarli raffreddare.
  6. Prendere una pentola grande e tenendola a fuoco alto aggiungere la metà dello sciroppo.
  7. Aggiungere i kaimati e farli rotolare nella pentola muovendo le maniglie per glassarli.
  8. Quando lo sciroppo li avrà glassati, toglierli dalla pentola e ancora caldi cospargerli di zucchero bianco per cristallizzarli.
  9. Lasciarli raffreddare e servire con té o kahawa (kenya coffee).

Musica e Danze

La musica keniota comprende vasta gamma di generi di musica tradizionale che possono essere associati ai diversi gruppi etnici presenti sul territorio. Non solo, anche il genere pop ha avuto modo di svilupparsi in Kenya, dando vita a un suo genere: il benga.

Come si è detto, ogni etnia ha una propria tradizione musicale che ha il compito di accompagnare eventi e/o attività sociali (riti religiosi, cerimonie politiche, feste, competizioni sportive, …). Gli strumenti più utilizzati per comporre le melodie sono le percussioni, in particolare i tamburi (tipici delle culture bantu), che danno vita a ritmi e poliritmi complessi. Le musiche spesso sono associate a canti strutturati, in cui i cori e i solisti interagiscono secondo schemi ricorrenti: “chiamata e risposta” (tipico schema dell’Africa centrale e orientale), “competizioni” dei solisti Masai o ancora pakruok dei Luo (una delle etnie), in cui a metà brano la musica rallenta e si abbassa di tonalità e i cori lasciano spazio al solista. Le musiche che si sono sviluppate lungo le coste e le isole (Taarab) hanno subito l’influenza della musica araba e indiana. 

Ogni melodia ha il suo ruolo: nella musica luo, il teo buru viene suonato ai funerali, il dudu nelle feste della birra, il nyawawa in diversi riti religiosi e durante le pratiche divinatorie;  i Bajuni invece sono conosciuti per le work song con cui le donne scandiscono il ritmo del lavoro nei campi; gli Akamba (kamba al singolare), suonano e danzano a seconda della fascia d’età, quindi i giovani si dedicano alla mbeni (danza acrobatica), gli adulti al kilumi e gli anziani al kyaa

Tra gli altri strumenti troviamo poi vari cordofoni: i Luo, per esempio, hanno il nyatiti (una lira a otto corde) e l’orutu (un violino); lo strumento tipico dei Gusii è un enorme liuto detto okobano; i Borana suonano una chitarra chiamata chamonge. Alcuni strumenti a corda sono realizzati in modi insoliti; i Gusii, per esempio, suonano uno strumento la cui cassa di risonanza è costituita da una buca nel terreno coperta da una pelle di capra tesa; la pelle viene forata e una corda viene fissata ai bordi del foro, in tensione. Meno importanti, ma diffusi presso varie etnie, sono gli strumenti a fiato, che comprendono diversi tipi di corni, flauti e trombe.

Negli anni sessanta, il genere musicale del finger-style (o stile di Mwenda, dal nome di uno dei due chitarristi congolesi che diedero vita al genere musicale), fino ad allora molto in voga, perse popolarità, e cominciò ad emergere il Benga. Si tratta di un genere musicale che unisce elementi del kwela (una gioiosa e divertente musica nata in Sudafrica negli anni ‘40 dalla tradizionale musica africana e dal jazz) e del soukous (variante della rumba originaria del Congo). Questo genere trova nella zona del Lago Vittoria la sua massima diffusione. Tra i gruppi principali che contribuirono a rendere noto il benga, citiamo gli Equator Sound Band e Shirati Jazz. A questi si aggiunsero poi gli Hodi Boys e gli Air Fiesta, i quali suonavano quasi esclusivamente cover in stile benga di brani congolesi, britannici o statunitensi. Il benga rimase il genere predominante anche nel decennio successivo, acquisendo definitivamente il ruolo di genere pop nazionale: ancora oggi, per “benga” si intende talvolta tutta la musica pop keniota successiva agli anni ’60. Fra gli artisti che negli anni ’70 contribuirono a innovare il genere si possono citare i Victoria Jazz, i Victoria Kings, la Continental Luo Sweet Band e la Luna Kidi Band.

Negli anni ‘90  nel panorama musicale keniota si è distinto l’artista Adam Solomon e oggi riscuote grande successo l’artista Stella Mwangi

Anche la danza tradizionale rispecchia ciascun gruppo etnico, creando una notevole varietà: l’isiku del popolo Luhya è un ballo in cui uomini e donne ondeggiano insieme al ritmo di tamburi, campane, fischietti e trombe; l’adamu (in lingua Masai, anche detta Masai Jumping) è il tipico ballo eseguito dai guerrieri masai per mostrare la loro forza e resistenza (all’interno di un cerchio i guerrieri saltano e ballano a turno mentre gli altri, che formano il cerchio, rimangono in piedi a cantare); i Kamba e i Chuca sono famosi per i loro balli dai ritmi frenetici che vengono scanditi dai suonatori che tengono fra le cosce i tipici lunghi tamburi; il taarab è un mix di musica africana e araba tipica delle zone costiere (e diffusasi soprattutto a Mombasa), durante la quale uomini e donne si esibiscono in modo ritmico cantando poesie in lingua swahili. 

Abbigliamento 

Anche l’abbigliamento, differisce  da etnia a etnia. I luo ed i kikuyu ad esempio con il tempo hanno iniziato a indossare abiti occidentali, mentre altre etnie sono rimaste più  legate alle loro tradizioni.

In città molte donne indossano il kanga, un foulard che avvolge tutto il corpo e a volte anche il capo. Il kanga è un indumento molto colorato simile al kitenge, diffuso in gran parte dell’Africa orientale. 

 

La stampa del colore avveniva originariamente attraverso timbri di legno adeguatamente incisi e immersi nell’inchiostro: il prodotto finito veniva venduto in sei pezzi quadrati. Mentre le prime versioni prevedevano solo due colori, le versioni moderne sono multicolore e vendute in due pezzi identici, da tagliare e combinare insieme.I kanga sono in genere indossati in coppia: un elemento viene utilizzato come gonna e l’altro avvolto intorno al busto; la coppia viene chiamata doti. I due pezzi vengono indossati sia dagli uomini che dalle donne e usati anche per avvolgere i neonati o come ornamenti delle abitazioni.

Le donne che invece vivono nelle tribù del nord del paese vestono il gorfa, mantelli di pelle di capra o pecora dipinte di nero o rosso.

Ciò che caratterizza i diversi momenti della vita di un cittadino keniota è riscontrabile nell’uso di gioielli e acconciature come ad esempio le famose donne Turkana che allungano i loro colli con ornamenti di perline.

Festival ed eventi

    • Festival Culturale di Lamu: scopo dell’evento è mostrare la bellezza e la cultura della città costiera swahili di Lamu (patrimonio Unesco), ricca di storia e famosa per l’incredibile architettura. Si svolge per tre giorni nel mese di novembre e i partecipanti hanno l’occasione di assistere a celebrazioni e attività culturali, tra cui la vela da spettacolo e le corse degli asini. Inoltre è un’ottima opportunità per provare le prelibatezze swahili.
    • Festival Internazionale del Jazz di Safaricom: è uno dei principali e dei più grandi eventi di jazz, cui negli anni hanno preso parte famosi artisti jazz, come Jonathan Butler, Jimmy Dludlu, Kunle Ayo, Salif Keita e Chris Bitok. Tra i nomi keniota noti nel settore vi sono Kavutha, Aaron Rimbui e Eddie Grey.
    • Festival o Derby Internazionale del Cammello: è un evento che ha luogo a Maralal a metà anno ed è  incentrato sull’equitazione dei cammelli. Durante i tre giorni di festa si svolgono varie attività, quali diverse corse di cammelli a seconda delle abilità, corse in bicicletta e corse a dorso d’asino. Al Festival partecipano cavalieri provenienti da tutto il mondo. Inoltre è un’ottima occasione per immergersi nelle culture delle comunità circostanti, anche attraverso il cibo.
    • Blankets and wine e Africa Nouveau Festival: il primo è nato nel 2008 con lo scopo di promuovere, celebrare ed esporre la musica keniota emergente, attraverso esibizioni degli artisti dal vivo. Questo evento ha avuto talmente tanto successo da evolversi progressivamente e trasformarsi in un evento multidisciplinare, che coinvolge non solo la scena musicale ma anche altre forme d’arte, tra le quali moda, arte e cucina. Il secondo evento, della durata di due giorni, non è altro che una delle espansioni del Blankets and wine. 
    • Festival del Lago Turkana: questo evento ha lo scopo non solo di promuovere lo sviluppo economico, ma anche di celebrare e preservare la cultura delle comunità che vivono nella parte settentrionale del Kenya (Turkana, Samburu, Gabbra, Pokot e Borana). Cibi, stili di vita, musiche e danze tipici di questi gruppi etnici emergono durante questa celebrazione.  Inoltre anche il viaggio, attraverso la savana, per raggiungere il luogo dove si tiene l’evento è di per sé un’avventura.
    • Kenya Rugby 7 Series: non si tratta di un festival ma bensì di un evento sportivo in cui le squadre di rugby di diversi paesi si sfidano in partite che sono programmate per tutto il fine settimana fino all’annuncio del vincitore finale. Tra una partita e l’altra ci sono spettacoli musicali e un sacco di cibo disponibile all’esterno dello stadio.
    • Festival dell’Arte dell’Africa Orientale: a marzo di ogni anno Nairobi ospita questo evento, il più grande del suo genere nella regione. Il Festival attrae concorrenti e spettatori provenienti da tutto il mondo. La tre giorni mostra arte, musica, teatro, moda, letteratura, architettura, scultura e artigianato tradizionale. È ospitato dal Museo Nazionale della Kenya.

 

  • Carnevale di Mombasa: a novembre la città di Mombasa festeggia la cultura keniana con un carnevale. Artisti, ballerini, musicisti e popoli tribali si radunano per partecipare ai concerti di uno dei più importanti eventi annuali del Kenya. Una delle caratteristiche principali è la sfilata lungo la strada principale, in cui è possibile ammirare le diverse identità tribali della nazione. Ci sono le bancarelle in strada, con la possibilità di mangiare, bere e ballare.

 

  • Concorso del cappello Shela: questo evento mira a dare alla gente del posto un’opportunità divertente per mostrare la loro inventiva e creatività. Ogni anno, dal 2010, decine di abitanti di Lamu si riuniscono a Peponi Beach per sfilare con il loro spettacolare copricapo estemporaneo.
  • Pawa Festival: è un festival di strada annuale che si celebra ogni dicembre, in cui un mix di artisti come ballerini, musicisti, attori e stilisti “occupa” una sezione di Nairobi e mostra il proprio talento a un pubblico pieno di stupore.
  • Festival Culturale di Rusinga: si tratta di un evento della durata di due giorni nel mese di dicembre. Ha lo scopo di mettere in mostra la cultura dei popoli Suba del Kenya nel periodo in cui l’isola diventa più vivace.
  • Festival di Koroga: prende il nome dalla parola swahili che significa “mix”, è un grande evento in grado di attirare artisti di spicco da tutto il mondo attraverso musica, moda, cibo e arte. Si tiene nel mese di febbraio a Naivasha

Per gli amanti dello sport

Il primo oro olimpico per il Paese venne conquistato nella categoria dei 10.000 metri piani da Naftali Temu durante i Giochi Olimpici di Città del Messico 1968. Sempre nel campo dell’atletica leggera ricordiamo David Rudisha, detentore del record mondiale sugli 800 m piani stabilito a Londra il 9 agosto 2012.

La nazionale di pallavolo femminile keniota è attualmente la squadra pallavolistica più forte dell’Africa: vanta infatti sette vittorie ai campionati continentali e diverse partecipazione ai mondiali e alle olimpiadi.

Quanto alla nazionale di calcio, questa conta cinque vittorie nella Coppa CECAFA e, attualmente il suo capocannoniere è Dennis Oliech, con ben 34 reti. 

Infine ricordiamo il ciclista pluri-campione Chris Froome.

UNESCO 

In Kenya sono presenti ben sette siti patrimonio Unesco:

  1. Parchi naturali del Lago Turkana (19972001): il Turkana è il più salino dei grandi laghi africani e costituisce un eccezionale luogo per lo studio delle comunità vegetali e animali. Il sito comprende ben tre parchi nazionali, i quali servono come scalo per gli uccelli acquatici migratori e sono importanti luoghi di riproduzione per il coccodrillo del Nilo, l’ippopotamo e una varietà di serpenti velenosi. Inoltre, i depositi di Koobi Fora, ricchi di resti di mammiferi, molluschi e altri fossili, hanno contribuito più di qualsiasi altro sito del continente alla comprensione dei paleoambienti.
  2. Parco nazionale del Monte Kenya (1997, esteso nel 2013):Con i suoi 5.199 m, il Monte Kenya è la seconda cima più alta dell’Africa. Si tratta di un antico vulcano spento, che durante il suo periodo di attività (3,1-2,6 milioni di anni fa) si pensa raggiungesse un’altezza pari a 6.500 m. Oggi sulla montagna sono rimasti 12 ghiacciai, tutti in rapido ritiro, e quattro cime secondarie che si trovano alla testa delle valli glaciali a forma di U. Con le sue aspre cime ricoperte di ghiaccio e i pendii mediamente boschivi, il Monte Kenya è uno dei paesaggi più impressionanti dell’Africa orientale. L’evoluzione e l’ecologia della sua flora afro-alpina forniscono un esempio eccezionale di processi ecologici e biologici. Attraverso la Lewa Wildlife Conservancy e la Ngare Ndare Forest Reserve, la proprietà incorpora anche pedemontane panoramiche più basse e habitat aridi ad alta biodiversità, situati nella zona di transizione ecologica tra l’ecosistema montano e le praterie semiaride della savana. L’area si trova anche all’interno del tradizionale percorso migratorio della popolazione di elefanti africani.
  3. Città vecchia di Lamu (2001): è il più antico e meglio conservato insediamento swahili dell’Africa orientale e ha saputo mantenere le sue funzioni tradizionali. Costruita in pietra corallina e legno di mangrovia, la città è caratterizzata dalla semplicità delle forme strutturali arricchite da caratteristiche quali cortili interni, verande e porte in legno finemente intagliate. Lamu ha ospitato importanti feste religiose musulmane fin dal XIX secolo, ed è diventata un centro significativo per lo studio delle culture islamica e swahili.
  4. Foreste sacre dei Kaya dei Mijikenda (2008): queste sono composte da 10 siti forestali separati, distribuiti su circa 200 km lungo la costa, che contengono i resti di numerosi villaggi fortificati, noti come kayas, del popolo Mijikenda. I kayas, creati a partire dal XVI secolo ma abbandonati negli anni ’40, sono oggi considerati come le dimore degli antenati e sono venerati e mantenuti come luoghi sacri dagli anziani. 
  5. Forte Jesus (2011): Il Forte, esteso su una superficie di 2,36 ettari (comprendenti il fossato), venne costruito dai portoghesi negli anni 1593-1596 su progetto di Giovanni Battista Cairati per proteggere il porto di Mombasa. Oggi il sito rappresenta uno degli esempi più notevoli e ben conservati della sedicesima fortificazione militare portoghese, oltre che un punto di riferimento nella storia di questo tipo di costruzione. Le sue disposizione e forma riflettono l’ideale rinascimentale secondo cui le proporzioni perfette e l’armonia geometrica si ritrovano nel corpo umano. 
  6. Sistema lacustre del Kenya nella Great Rift Valley (2011): è una proprietà naturale di straordinaria bellezza, comprendente tre laghi interconnessi relativamente poco profondi (il lago Bogoria, il lago Nakuru e il lago Elementaita), e che ha sede nella provincia della Rift Valley del Kenya. L’intero sito si estende su una superficie totale di 32.034 ettari, all’interno della quale vengono ospitate 13 specie di uccelli minacciati a livello globale e alcune delle più alte diversità di uccelli al mondo. Qui, il fenicottero minore trova foraggio e i grandi pellicani bianchi rifugio per la nidificazione. Inoltre, l’area accoglie numerosi animali, tra cui il rinoceronte nero, la giraffa di Rothschild, il kudu maggiore, il leone, il ghepardo e i cani selvatici.
  7. Sito archeologico di Thimlich Ohinga (2018): Situato a nord-ovest della città di Migori, nella regione del Lago Vittoria, questo insediamento murato a secco fu probabilmente costruito nel XVI secolo d.C.. L’Ohinga (cioè l’insediamento) sembra essere servito da fortezza per le comunità e il bestiame, ma ha anche definito entità sociali e relazioni legate al lignaggio. Thimlich Ohinga è il più grande e meglio conservato di questi recinti tradizionali. È un esempio eccezionale della tradizione dei massicci recinti murati a secco, tipici delle prime comunità pastorali del bacino del lago Vittoria, che persisteva dal XVI alla metà del XX secolo.

Altre bellezze da scoprire

In Kenya troviamo Parchi Nazionali di Aberdare, Amboseli, Arabuko Sokoke, Colline Chyulu, Hell’s Gate, Kora, Lago Nakuru, Malka Mari, Marsabit, Meru, Monti Elgon e Longonot, Nairobi, Ol Donyo Sabuk, Ruma, Saiwa Swamp, Sibiloi, Tsavo occidentale e orientale. I parchi costituiscono un incredibile patrimonio, al cui interno vengono ospitate numerose specie di vegetali e animali. E’ possibile osservare i diversi habitat (come savana, foreste montane, foreste pluviali, macchia di acacia, foreste di bambù e/o palme, brughiera…) dove trovano rifugio altrettante svariate specie di mammiferi (elefanti, leoni, leopardi, rinoceronti bianche e neri, giraffe, bufali neri, gnu, zebre, babbuini, iene maculate, ippopotami),  uccelli (corvi, aironi striati, struzzi, uccelli tessitori, martin pescatori), rettili (coccodrilli del Nilo), anfibi (diverse specie di rane) … .A questi, si aggiungono i Parchi marini di Kisite-Mpunguti, Malindi, Mombasa e Watamu, tutti situati all’interno dell’Oceano Indiano. Queste aree ospitano diversi ecosistemi e habitat quali barriere coralline (e conseguente presenza di corallo), piante marine, mangrovie, roccia intertidale, sabbia e fango, scogliere e giardini di corallo, letti di alghe, piattaforme e isolotti corallini e spiagge sabbiose. Inoltre questi parchi marini sono molto conosciuti per supportare una ricchissima biodiversità: tartarughe marine (di diverse specie), balene, delfini, pesci tipici della barriera corallina e pesci esotici. 

Altri luoghi che è possibile visitare sono: l’antica città di Mombasa, il lago Naivasha, la città storica di Gedi, il complesso di isole di Mfangano-Rusinga, il sistema di irrigazione del solco della scarpata di Marakwet, il Maasai Mara e il sito preistorico di Olorgesailie (questi ultimi due all’interno della Rift Valley), la foresta di Kakemega, l’area di conservazione Meru, il complesso del delta del Tana e le sue foreste.

 

Introduzione storica a cura di Francesco Scannavini 
Articolo di Caterina D’Onofrio e Marta Previtali

 

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