Quando si tenta un’analisi storica della tratta degli schiavi in Africa occorre subito definire due tratte differenti. La prima ha inizio nell’ottavo secolo ben prima del colonialismo europeo, è la tratta asiatica degli schiavi, che coinvolge circa 14 milioni di africani e che durerà per ben undici secoli. Gli schiavi venivano impiegati nell’ economia di piantagione, soldati, servitori, marinai e concubine. La seconda tratta, di pari importanza a quella asiatica è quella atlantica. La tratta atlantica degli schiavi perpetrata dalle potenze europee ha inizio nel 1450 e viene abolita nel XX secolo. Essa rappresenta una delle ombre più grandi e oscure del periodo coloniale, se non dell’intera storia umana. Nonostante duri quasi un terzo di quella asiatica, anche la tratta atlantica coinvolge più 14 milioni di africani. Saranno portati nelle più diverse destinazioni: sulle coste del Mar Rosso e della penisola arabica come soldati, in Persia come cercatori di perle e marinai, in India  e nelle Isole Mascarene come forza lavoro. Gli inglesi portavano casse di gin scadente e vecchie armi da fuoco per ricevere in cambio schiavi.  Le percentuali degli africani interessate al fenomeno della tratta si estendono sia nel numero delle percentuali razziatrici sia in quello delle razziate. Vi sono fonti scritte degli schiavi stessi, come per esempio Olaudah Equiano, che scrive la sua autobiografia dopo l’abolizionismo della tratta atlantica (in cui Equiano aveva avuto un ruolo attivo), intitolandola con il suo nome da schiavo, Gustavus Vassa The African (1789). Nel 1680 fu portato via dalla Nigeria per lavorare alle Barbados per poi essere venduto come schiavo lavoratore nelle piantagioni della Virginia.  Negli anni 70 dell’800 diviene un uomo libero e si istruisce a Londra. La sua letteratura, oltre che uno dei più celebri esempi di slave narrative, è un potente strumento di protesta abolizionista. E’ il classico esempio di black english gentleman, considerato come prodotto dell’influenza benefica della civilizzazione europea. Già nel XIX° secolo sarà impossibile riscontrare figure di questo tipo a causa del razzismo pseudoscientifico derivato dalle teorie di Darwin. Si instaura un dibattito etico sulla giustificabilità della tratta. Nei primi anni dell’800 sempre più paesi la aboliscono. Danimarca (1803), Gran Bretagna (1807), USA (1808), Olanda (1814) e Francia (1817). Si tratta di un movimento trasversale, voluto sia dai laici che dai religiosi (come i quaccheri) che dagli economisti. La schiavitù è moralmente ingiustificabile e questo implica una trasformazione delle economie africane. Spagna, Portogallo e Brasile saranno gli ultimi ad abolirla. Molti storici vedono nell’abolizione della tratta motivazioni più economiche che morali. Le piantagioni producevano meno soldi di quanti ne costavano e con la rivoluzione industriale il nuovo sistema economico funzionava con la manodopera libera e non con lo schiavismo. E mentre si consolida il capitalismo, permangono i pareri di alcuni schiavisti che vedono la tratta come necessaria, “tanto quelli restano schiavi anche se rimangono in Africa”. L’Africa e gli africani sono solo un passivo oggetto di un dibattito più grande. Nell’immaginario comune, ad abitare l’Africa erano uomini cannibali, crudeli e violenti. L’europeo era in Africa il portatore delle 3 c: civiltà, cristianesimo, commercio. Si passa dal commercio illegittimo al commercio legittimo. Da traffico di uomini a commercio di olio di palma e arachidi.  La colpa della tratta viene gradualmente e subdolamente scaricata sugli africani, cattivi verso sé stessi, schiavisti di sé stessi. Naturalmente l’abolizione formale del commercio di schiavi non significa l’effettiva eliminazione di tale pratica. La tratta permane illegalmente alle spalle della marina. Tuttavia, rendere illegale la tratta comporta un aumento vertiginoso del prezzo degli schiavi.

All’interno dell’Africa il commercio di schiavi crolla e vengono dunque impiegati nelle coltivazioni locali per produrre merce da esportare. L’itinerario del commercio della tratta è anche regolato dal fenomeno atmosferico dei venti monsonici, che per una parte dell’anno soffiano verso sud-ovest e nell’altra metà dell’anno verso nord-est. Questo rende possibile l’attraversamento dell’Oceano Indiano attraverso le imbarcazioni a vela dette dhow, costruite con il sambuco. Le reti commerciali si strutturano sin dal I° secolo d.c., rendendo possibile la nascita della lingua e della civiltà swahili. Mogadiscio, Mombasa, Kilwa e Sodala sono le principali città di fondazione swahili. Civiltà che si consolida anche con l’islamizzazione a partire dal III° secolo d.c., una civiltà mercantile, urbana e islamica. Il nome deriva da Sawa Hil, gente della costa. La lingua kiswahili è di origine Bantu, a cui si aggiungono elementi di arabo e persiano. E’ una lingua di comunicazione commerciale. Nelle zone swahili i legami commerciali divengono legami matrimoniali e politici. Quando si pensa all’Africa Orientale è utile utilizzare la divisione geografica di costa-entroterra. La civiltà swahili sorge sulla costa, le popolazioni indigene africane vivono nell’entroterra. Il commercio di schiavi diviene nel corso dei secoli il principale vettore di comunicazione tra costa ed entroterra. Nel corso del XIX secolo con l’abolizione della schiavitù, il commercio di schiavi cala drasticamente sulle coste dell’Africa occidentale, ma ha un aumento notevole sulla costa orientale. Il Portogallo porta avanti illegalmente la tratta prendendo schiavi dal Mozambico per portarli in Brasile, evitando i pattugliamenti degli inglesi. Ancora una volta emergono le grandi colpe storiche delle potenze occidentali, il cui operato è sempre volto al profitto e cieco davanti a qualunque altra cosa. Accontentarsi di questo resoconto storico sarebbe però riduttivo, occorre anche mettere in evidenza la presenza dello schiavismo nella società africana ben prima dell’arrivo degli europei. Non farlo significherebbe ancora una volta dare all’Africa un ruolo passivo all’interno della sua stessa storia. L’Africa ha avuto anche un ruolo attivo nel commercio di schiavi. Occorre mettere in chiaro che fino alla fine del XIX secolo non esiste ancora un concetto di Africa. La popolazione Yao schiavizzerà per secoli il popolo Yanda. Alcuni storici notano come non esista il sentimento panafricanista che accomuna gli abitanti del continente. Il che è vero, ma è una curiosa annotazione visto che a pronunciarla sono gli europei, che a fine Ottocento si ritrovano alle porte di un conflitto mondiale e sembrano molto lontani dall’avere un sentimento paneuropeista. Non è però su questo tipo di riflessioni che il nostro itinerario storico vuole concentrarsi.

È singolare che gli stessi individui che parlano con stile raffinato di libertà politica e che considerano come uno dei diritti inalienabili dell’umanità il diritto di imporre le tasse non abbiano scrupolo di ridurre una grande proporzione delle creature a loro simili in condizioni tali da essere private non solo della proprietà, ma anche di quasi tutti i diritti. La fortuna non ha forse prodotto una situazione più di questa in grado di ridicolizzare un’ipotesi liberale o di mostrare quanto poco la condotta degli uomini sia, in fondo, orientata da qualche principio filosofico.

John Millar 

A cura di Francesco Scannavini

 

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