Impossibile poter riassumere in poche pagine l’estrema complessità del processo coloniale in Africa, ma si può comunque tentare di volare sopra l’argomento cercando di riassumerne le principali caratteristiche e i momenti più importanti di questa oscura pagina della storia. Successivi articoli si addentreranno nel dettaglio di precise e differenti realtà africane, ora è però necessaria una panoramica generale. Nel 1876 il re del Belgio Leopoldo II fonda l’Association Internationaile Africaine, finalizzata a promuovere l’esplorazione e la colonizzazione dell’Africa. Questa mossa va inquadrata all’interno di un astuto piano politico che vede il Congo come centro dell’interesse di Leopoldo II.

Nel 1877 il Belgio invia l’esploratore Henry M. Stanley a fare firmare trattati di amicizia e cooperazione nel Bacino del Congo. Si tratta di una zona verso cui il re nutre grande interesse, il suo proposito è fare del Congo il giardino del Belgio. Nonostante le rivendicazioni di Inghilterra e Portogallo, che ritenevano di avere la precedenza sul dominio dei territori congolesi, la Francia riconobbe come ufficiali i trattati di Leopoldo in Belgio.

Per la prima volta nella storia veniva riconosciuta ufficialità a un trattato africano e questo destabilizzò non poco il clima europeo. Inviare un esploratore a stipulare accordi non poteva essere un mezzo sufficiente per espandere i propri confini, è questa la principale ragione che spinge Bismark a convocare la Conferenza di Berlino, fondamentale momento storico per la storia e la politica dell’Africa, che dura dal 1884 al 1885. Durante la conferenza vengono trattati argomenti come la questione della libertà di navigazione e commercio nel bacino del Congo e la questione dell’occupazione delle terre, che deve essere amministrata da regole comuni. Alla conferenza partecipano tutti i leader mondiali, tranne che quelli africani.

Si giunge alla formulazione di nuove leggi relative alla libertà di commercio tra i paesi firmatari nel Bacino del Congo e sul lago Nyassa, alla libera navigazione del Congo e del Niger e alla protezione speciale per missionari, esploratori e studiosi europei, ma anche inerenti a temi come la risoluzione contro la tratta degli schiavi e a favore dello sviluppo materiale e formale dei nativi. Ciò è di cruciale importanza nella Conferenza di Berlino è che rappresenta il momento in cui le potenze europee si radunano letteralmente intorno ad un tavolo e si spartiscono l’Africa, confine dopo confine. Regole uniformi introducono ufficialmente il principio dell’effettività, secondo cui la proprietà di una terra deriva dalla sua occupazione, presupposto fondamentale che l’istituzione coloniale impone e di cui ogni altro stato firmatario deve essere al corrente.

I diversi trattati europei per dividere il territorio africano creano separazioni e inclusioni forzate, generano confini che uniscono o separano popoli differenti, generando germogli di sanguinose guerre civili. La popolazione dei Frue si ritrova inesorabilmente divisa dalla linea che separa il Togo dal Ghana. Il Congo si ritrova a confinare con sette paesi differenti. In questo scenario il Lago Vittoria diviene uno spartiacque tra la presenza inglese nell’Africa settentrionale e quella tedesca nel sud del continente. Gli attuali confini dei paesi africani sono un’eredità del colonialismo. Il processo coloniale accelera notevolmente e al fine di metterne in luce ogni aspetto è necessario capirne le varie fasi e forme. Si comincia dai trattati con i capi locali, che si pongono il più delle volte come amichevoli e improntati al rispetto. Vedono nell’alleanza con gli europei un’opportunità economica, la realtà è però che sono già inseriti in un sistema che forzatamente li costringe ad avere necessità di protezione.

Ai capi locali viene formalmente lasciata la sovranità, ma si tratta di un vile raggiro. Il potere è tutto nelle mani degli europei, che comprano l’appoggio del capo locale offrendogli fucili, alcol e stoffe in cambio di rilievo politico. Avere alleati europei diviene segno di prestigio. Alla firma del trattato gli europei acquisiscono diritto di protezione sul territorio acquisito, l’africano ha il divieto di cedere il territorio ad altri e l’obbligo di accettare la bandiera. La parola chiave di tutto è sottomissione, il riconoscimento della superiorità europea, del bisogno della protezione di una potenza occidentale. Dietro a termini subdoli come trattati amichevoli o pacificazione, si nasconde la ferocia di un’occupazione territoriale che ha calpestato i diritti e la vita di milioni di persone. Tre erano gli obiettivi delle potenze europee: la produttività economica, la sicurezza militare e la creazione di un sistema amministrativo. Alle economie locali furono in primis imposte le tasse, sotto il concetto di autofinanziamento della propria civilizzazione.

Vengono poi create le infrastrutture che rendono possibili le esportazioni. E’ poi il momento dell’impiego dei lavoratori attraverso la schiavitù e il lavoro forzato, ma anche attraverso il lavoro salariato. Prima di queste imposizioni nelle economie africane nessuno era interessato a un sistema tributario in cui ricevi uno stipendio che spendi in tasse, essi vivevano di commercio e di agricoltura di sussistenza. E’ possibile definire due differenti approcci alla colonizzazione, due differenti strategie portate avanti da Francia ed Inghilterra. In Francia, la linea di azione è dettata dall’approccio di Louis Faidherbe, il concetto di assimilation. A metà XIX° secolo vi sarà l’occupazione senegalese, e il concetto postrivoluzionario di sovranità dell’individuo era ancora nell’aria. In una scala evolutiva di razzismo pseudoscientifico vi era la distinzione tra evoluti ed indigeni. Deve dunque esserci un’assimilazione culturale dei colonizzati in nome della superiorità della cultura francese su quella africana. Il fine ultimo è la creazione di una Francia più grande.

Le autorità locali erano considerate come impiegati. Sia nell’Africa Occidentale Francese (AOF) che nell’Africa Centrale Francese (ACF) , gli chiefs de village (48.000) rispondevano agli chiefs de Cantons (2.200) che rispondevano ai comandants de Creol (418) che rispondevano al governatore che rispondeva alla Francia. Quello dell’assimilazione è un processo di colonizzazione centralista e uniforme. Le società africane vengono lentamente assimilate e rieducate, ripensate, per essere francesi. Gli inglesi scelgono invece la strada della “indirect rule”, predicata da Fredrick Lugard che prevede l’utilizzo di mediatori locali nella raccolta delle tasse, nell’amministrazione e nella giustizia. Il potere è esercitato con continuità e decentralizzazione. I chiefs rispondono ai capi dei distretti, che rispondono ai capi delle province che rispondono al governatore della colonia, che risponde all’impero colonizzatore. Si tratta dunque di capi finti, è un’operazione di finzione culturale in cui ci si trova molte volte davanti a casi di invenzione della tradizione. 

L’assimilazione francese vede dunque il potere nelle mani degli europei e gli africani come impiegati, portando avanti una forma di governo diretto. La strategia inglese riconosce invece a livello formale l’autorità delle strutture politiche locali pre-esistenti, esercitando però fattualmente un governo indiretto sui territori. Entrambi gli approcci sono accomunati dal presupposto dell’inferiorità genetica e culturale africana. Lungo tutto il suo corso storico il processo coloniale si glorificherà e farà vanto delle sue imprese, mascherando la brutale occupazione e lo sfruttamento di popoli e terre dietro alla retorica della missione civilizzatrice. L’istruzione primaria si diffonde per mezzo dei missionari. Vengono creati posti di lavoro nel campo dell’istruzione.

La scuola è inizialmente ristretta, l’accesso è solo per i figli dei chiefs, sotto i paradigmi dell’assimilazione e dell’indirect rule le nuove generazioni vengono educate ad essere europee. Non è soltanto una colonizzazione dei territori, ma anche delle menti. Il raggio di luce è però paradossalmente proprio qui. Dopo anni di istruzione nelle scuole missionarie le differenti realtà africane produrranno una nuova generazione di menti, nuove classi intellettuali emancipate germoglieranno e avranno gli strumenti per comprendere, criticare e combattere il sistema coloniale che opprime i loro paesi.

“Votato come sono alla totale distruzione del colonialismo in tutte le sue sfumature, non sostengo alcun governo coloniale di qualunque tipo. I britannici, i francesi, i portoghesi, i belgi, gli spagnoli, i tedeschi e gli italiani hanno tutti, a un certo punto, governato parti dell’Africa o continuano a farlo. I loro metodi potrebbero essere stati differenti, ma i loro scopi erano uguali: arricchirsi a spese delle loro colonie.”

Kwame Nkrumah rivoluzionario e politico ghanese

A cura di Francesco Scannavini

 

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